MARIA D’ENGHIEN (1367 ? – 1446)
a cura di Marila



Nata presumibilmente nel 1367 a Lecce da Giovanni d’Enghien, Conte di Lecce, e Sancia del Balzo, Maria d’Enghien diviene Contessa di Lecce, appena diciassettenne, nel 1384 alla morte del fratello Pietro.

In questo periodo, il Regno di Napoli era impegnato in una spaventosa guerra civile tra due opposte fazioni:
da una parte il Papa Urbano VI e Carlo III d’Angiò Durazzo e Re di Napoli, dall’altra l’Antipapa e Luigi I d’Angiò Re di Francia.

Maria teneva per re Luigi, memore delle origini francesi del suo casato perciò il sovrano volle darla in moglie ad un guerriero potentissimo che gli aveva giurato fedeltà, Raimondo Orsini del Balzo.
Le nozze furono celebrate a Lecce nella seconda metà d’agosto del 1385.

Visse accanto ad un uomo tanto valoroso quanto ambizioso, sostenendolo fino all’investitura di Principe di Taranto nel 1399, aiutandolo a rendere ricco e potente il feudo e donandogli quattro figli.

Alla morte prematura di Raimondo, avvenuta a Lecce il 17 gennaio 1406, Maria ritenne necessario occultare la notizia per poter preparare militarmente il Principato a difendersi dagli attacchi di Ladislao (1375- 1414) discendente di Carlo III, divenuto Re di Napoli a soli undici anni nel 1386.

Dopo qualche giorno, ritornò a Taranto per comunicare il triste evento ai fedelissimi sudditi e predisporre i solenni funerali.

Ladislao era già in marcia verso la Puglia, ignaro della morte del suo avversario, conquistava Gravina il 28 marzo e in seguito Barletta con grande spargimento di sangue, si avviava verso Taranto, fissando l’accampamento a due miglia dalla città.

Le forze napoletane in campo, cinque galee, tre grosse navi, settemila cavalieri e numerosi fanti al comando di Ladislao, di Antonio Acquaviva Duca d’Atri e di Alberico da Barbiano, capitano di ventura.

A difendere Taranto, un pugno di uomini incitati dalla bella Principessa, vestita di armatura ella stessa.

Inutili furono gli assalti alla città e al suo Castello.
La guerra si protrasse per due mesi, ma nessun tarantino osò parlare di resa ad una donna che reggeva i disagi e i pericoli della battaglia.

Ladislao, stanco dell’impresa, pensò di terrorizzare il nemico con l’uso di un nuovo mezzo d’offesa, un cannone venuto da Napoli che produsse una breccia nelle mura del Castello e distrusse alcuni edifici, come la chiesa di Sant’Andrea degli Armeni nel pittaggio del Baglio.
I Tarantini accolsero il nemico con una tempesta di frecce procurando all’esercito napoletano danni ingenti, tanto che i capitani si rifiutarono di obbedire all’ordine di effettuare nuovi assalti.
A nulla valse, a Ladislao, l’appoggio dei Martinesi, perché la fama di questa donna coraggiosa, che resisteva ad uno dei più forti guerrieri del tempo, le avevano attirato le simpatie e il sostegno di molti potenti.

I nobili Leccesi vennero in suo soccorso e, dalla Sicilia, Martino I d’Aragona le offrì sei navi cariche di truppe fresche, viveri e munizioni.

Maria sembrava decisa a non cedere le armi perciò, avendo saputo che la città di Brindisi si preparava ad offrire a Ladislao i propri servigi, distolse un gruppo di uomini alla difesa di Taranto per una missione punitiva conclusasi con il saccheggio di Brindisi.
Ladislao sconfitto partiva per Napoli lasciando il comando delle truppe ad Antonio Acquaviva.

Un giorno, Maria, desiderosa di porre fine all’assedio, ordinò ai suoi soldati di assalire il campo napoletano e l’aggressione fu così violenta che i Napoletani, per sfuggire ai Tarantini, si gettarono in mare, annegando per il peso delle armature.
Al Duca d’Atri non rimase che tornare a Napoli.

Maria, conscia che il suo temibile avversario non avrebbe desistito dal suo intento, mentre provvedeva ad una migliore difesa del suo feudo, cercò di stringere maggiormente i rapporti con Luigi II d’Angiò. Infatti chiese agli ambasciatori del re di Francia di concedere al marito
(la cui morte aveva taciuto) e, in caso di sua morte, al primogenito Giovanni Antonio, il Principato di Taranto, la Contea di Soleto e tutte le terre in Italia, in Provenza e in Sicilia che erano state confiscate.

Il 21 luglio 1406 i commissari di Luigi II investirono Giovanni Antonio Del Balzo Orsini del Titolo di Principe di Taranto con facoltà di trasmetterlo ai suoi eredi, avendone in cambio la promessa di matrimonio tra Maria, figlia di Luigi II, e Giovanni Antonio, entrambi ancora bambini.

Il 15 marzo 1407 Ladislao tornava a Taranto alla testa di un potentissimo esercito “settemila cavalli e fanti senza numero”, sette navi e sei galere. Taranto fu bloccata da terra e dal mare.

Maria, al comando di cinquecento cavalieri del contado di Lecce, da Oria, dove si era rifugiata, entrava in città attraversando le file nemiche.
Cominciava così un assedio che Taranto avrebbe potuto sopportare a lungo grazie alla sua configurazione e alle risorse naturali.



Lo stratagemma
 


Molti nel campo napoletano volevano persuadere il Re a desistere e a tornare a Napoli, finché Gentile da Monterano suggerì a Ladislao di offrire a Maria il titolo di Regina.
Il Re invitò Gabriele Capitignano, nobile consigliere della Principessa di Taranto, al campo napoletano per illustrargli la proposta da presentare alla Principessa.

Forse per orgoglio, o per ambizione, o per il pensiero dell’avvenire dei figli, o per il timore che gli aiuti attesi dalla Francia sarebbero arrivati troppo tardi a salvare i suoi sudditi e la bella Taranto, Ella prese la sua decisione, rispondendo a coloro che la invitavano a meditare sulla sorte delle precedenti mogli di Ladislao (Costanza di Chiaromonte ripudiata e Maria di Cipro morta in circostanze misteriose)
“ non me ne curo, ché se moro, moro da regina”.

 


Il matrimonio



Ladislao inviò l’anello nuziale attraverso Paolo Orsino, capitano di ventura, e dopo tre giorni di trattative entrò in Taranto.
La Principessa l’attese alle porte della città vestita d’armatura per consegnargli le chiavi della città.

Marino delli Falconi, Signore di Roccaforzata, volle ospitare il Re nella sua casa (attuale Palazzo Gallo nel Borgo Antico) e nella cappella di san Leonardo nei pressi del Castello, fu celebrato il matrimonio.
Era il giorno di san Giorgio, il 23 aprile 1407.

Un mese e un giorno durarono i festeggiamenti; il 24 maggio Maria partì per Napoli dove fu accolta benevolmente dai Napoletani che l’accompagnarono fino alle porte di Castelnuovo, qui visse, quasi reclusa, con i figli e con le amanti del re.

Ladislao, intanto, restava in Puglia per sistemare il feudo conquistato e per iniziare una politica di pacificazione, elargendo nuove concessioni come il Mercato di Maggio e il prolungamento di quello di agosto.

Intanto a luglio, in Taranto, giungeva invano una flotta guidata da Giacomo de la Marche, chiamato in tempo di guerra in difesa dei Tarantini e della loro Principessa.

Maria fu regina solo di nome, piccola e dimenticata figura che trascorse una triste vita nelle stanze di Castelnuovo fino alla morte di Ladislao il 6 agosto 1414.

Giovanna II, dopo la morte del fratello Ladislao, fa imprigionare Maria ed i suoi figli.
La liberazione di Maria e delle figlie Maria e Caterina avvenne, probabilmente, nell’agosto del 1415 quando Giacomo di Borbone, conte di La Marche, entrò in Napoli per sposare Giovanna II con quattrocento cavalieri, tra i quali Tristano di Clermont che il la Marche fa sposare a Caterina Orsini del Balzo, figlia di Raimondo e Maria d’Enghien.
Solo nel 1417 furono liberati i figli Giovanni Antonio, Principe di Taranto, e Gabriele grazie a Giacomo Orsini, Conte di Tagliacozzo, e furono restituiti loro i possedimenti e i titoli.

Maria ebbe di nuovo il possesso della Contea di Lecce, accrebbe la sua autorità grazie ai matrimoni dei suoi figli Giovanni Antonio con Anna Colonna, nipote del papa, Gabriele con Giovannella Caracciolo, Maria con Antonio Acquaviva e Caterina con Tristano di Clermont.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Lecce dedicandosi al suo popolo, ad opere d’arte e di fede.
Fece completare a Galatina la Chiesa di Santa Caterina, iniziata da Raimondo di ritorno dalla Terra Santa, e lì fece edificare, in suo onore, il monumento funebre.

Morì a Lecce il 9 maggio 1446 e fu sepolta con grandi onori e fasto nel vecchio monastero di Santa Croce, distrutto nel 1537 da Carlo V per costruire il Castello tutt’ora esistente.
 

PAGINA DELLE DONNE INDIMENTICABILI